Chiamatemi Ismaele.
Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.
Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.
Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola.
Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.
Moby Dick di Melville
Ok. Dopo mesi di vaccinazioni, biglietti aerei, telefonate, ricerche su internet … si parte. Stasera il volo fino a Dubai, domani fino a Lusaka, Zambia. Da solo, con la speranza di non perdermi a qualche gate e di capire quello che mi chiederanno. Con la speranza che all’arrivo trovi father Paolo, come da accordo. Con la solita paura di volare ( preferirei un battello a vapore). Un mondo nuovo, quindici giorni per guardare e stupirsi.
Buon viaggio, a tutti!
Il Maco