Mag 112011
 

Per gli amanti della fantascienza il film Avatar di James Cameron (2009) doveva essere per forza un passaggio obbligato. Col senno di poi, è impossibile trovare originale una storia che sembra un po’ una rivisitazione extraterrestre di Pocahontas con citazioni che ricordano Balla coi lupi e l’ultimo dei Mohicani!
Cameron però (fatta esclusione di Abyss) è più cantante che cantautore, e quindi il suo forte non sta tanto nell’invenzione o nell’originalità della storia: è come la mette in piedi che è straordinario! In più, dopo anni e anni di lavoro, più o meno dagli anni di Titanic in poi, potendo permetterselo, James ha confezionato una vicenda immaginaria progettandone i dettagli nel modo più accurato, dagli effetti della realtà virtuale, alla creazione di un intero mondo, compresa la lingua nativa dei protagonisti. Incredibile.

Questa comunque non è una recensione: da qui in poi dunque vorrei condividere un pensiero che mi ha attraversato.
Ad un certo punto, durante la registrazione del suo video-diario, il protagonista (Jake Sully) descrive le credenze della popolazione Na’vi riportando un discorso di Neytiri:

“Lei parla di una rete di energia che scorre in tutte le creature viventi.
Dice che tutta l’energia è solo in prestito e che un giorno bisogna restituirla”.

Nell’immagine si vede la sepoltura di un Na’vi, deposto nella nuda terra e circondato di fiori. E’ un’immagine molto bella.
E’ come se Cameron, attraverso l’irenica rappresentazione di un mondo in cui l’equilibrio tra le creature non è offuscato da prevaricazioni e ingiustizie, immaginasse una sorta di paradiso terrestre dove però la morte, lungi dal non esistere, in un certo senso, semplicemente, non farebbe più paura.
I Na’vi infatti non soffrono per la morte quando essa è inserita nel ciclo naturale della loro evoluzione: soffrono invece quando essa è il risultato di una prevaricazione, di un’azione indebita e più precisamente, di un’azione “contro natura”. E questo è esattamente ciò che gli umani invasori portano con sé laddove arrivano.
Per questo Neytiri rimprovera Jake quando per ignoranza uccide animali “che non dovevano morire” sebbene più tardi gli insegni come cacciare, educandolo a “celebrare” la caccia come un momento sacro.
La maturità della “creatura” starebbe dunque nell’ecologia, ovvero nel rispetto degli equilibri naturali tra gli esseri viventi, attraverso i quali persino la morte individuale verrebbe serenamente accettata.
Naturalmente Cameron non ce la fa (da occidentale qual è) a rinunciare alla prospettiva di un “dopo la morte” e per questo immagina il ricongiungimento del defunto alla collettività di Eywa (la dea natura): l’individuo ha sì restituito il proprio corpo, ma per continuare a vivere come spirito, in comunione con tutte le altre soggettività, anche animali.
La favola di Cameron dunque non riesce ad essere una “fedeltà alla terra” nel senso di Nietzsche, perché in Nietzsche l’individuo sarebbe semplicemente morto (insieme a ogni divinità). D’altra parte però è pur vero che se i Na’vi vivono in qualche modo “il paradiso” lo possono fare unicamente attraverso una sorta di “fedeltà alla terra”, nel senso appunto dell’ecologia!
Mi chiedo se sia davvero possibile, senza cadere in semplificazioni un po’ naif, vivere la morte come un’esperienza non traumatica e a quali condizioni.
Mi ha sempre colpito una frase enigmatica del libro della Sapienza:

“La morte è entrata nel mondo per invidia del Diavolo e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (Sapienza 2,24).

Che cosa significa?
Difficile dare una risposta semplice. Però mi colpisce quel “ne fanno esperienza coloro che gli appartengono”. Come a dire che “se tu appartieni al male” farai esperienza della morte, altrimenti no!
Verrebbe da commentare: “E’ assurdo! Non facciamo forse TUTTI esperienza della morte?”. Secondo il passo di Sapienza no! Solo quelli che appartengono al male ne fanno esperienza. Gli altri – e provo ad interpretare – sebbene muoiano biologicamente, fanno un’esperienza diversa!
Nell’immaginario di Avatar, sarebbe il rispetto dell’ecologia a discriminare i due versanti; dal punto di vista biblico invece, la discriminante è la santità: in una vita che noi non definiremmo semplicemente “ecologica” ma “santa”, la morte biologica non dovrebbe essere più un’esperienza traumatica e devastante.
Tutto questo – per un credente – può essere verosimile?
Come non rispondere affermativamente, pensando alle bellissime parole del cantico di san Francesco d’Assisi?

Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare…

Per approfondire comunque, ti propongo una riflessione più ampia, tratta da un recente testo di Carlo Maria Martini:

“Ho detto qualche volta che per molti anni mi sono lamentato così col Signore: tu hai creato il mondo, ci hai fatto doni bellissimi, sei morto per noi, ma non hai abolito la morte. Che cosa ti costava eliminarla? (…)
Col passare del tempo ho cambiato parere, soprattutto accostando i testi del teologo Ghislain Lafont, che ha scritto libri molto belli su questa tematica. Sono così giunto alla convinzione che effettivamente la morte è necessaria, proprio perché ci permette di realizzare quell’abbandono di fede che è veramente, assoluto, totale, senza rete, senza nessuna uscita di sicurezza. Se non ci fosse la morte, non saremmo mai costretti a compiere un atto di completa consegna di noi stessi a Dio; con la morte siamo obbligati a fidarci incondizionatamente di Lui. (…) in questa morte il Signore ci chiama ad abbandonarci a lui per darci la vita. E questo corrisponde alla natura dell’uomo: raggiungiamo l’umanità vera soltanto giocandoci nella fede.
(…) col peccato (la morte) era diventata segno della maledizione e dell’abbandono da parte di Dio, e in Cristo diventa segno e possibilità di abbandono di noi stessi al Padre”.

Il coraggio della passione, Carlo Maria Martini, Piemme, 2008, pag. 162

Interessante.
La morte, intesa come passaggio biologico di tutti gli esseri viventi, non è considerata un incidente di percorso, magari non previsto all’origine, come tanta teologia ha affermato per secoli, ma un momento sintetico, in cui tutto ciò che ci è stato donato e che siamo diventati, possiamo restituirlo totalmente.
Credo che questa consapevolezza non sia un traguardo di tutti: sarebbe davvero naif presumere il contrario; non so nemmeno se sarà il mio traguardo personale, ma è molto “forte” leggere queste parole sulla morte, dalla penna di un uomo ormai anziano, che non ha paura di scriverle “sulla sua pelle”.
Dunque sì, è molto evangelica in definitiva, l’idea di una vita che è tutta da riconsegnare, magari non così come l’abbiamo ricevuta, ma nella ricchezza di tutto quello che l’avventura della vita ci ha fatto sperimentare.

E l’ecologia? Non credo che sia sufficiente a beatificare l’esperienza umana, ma è ormai chiaro che è quantomeno necessaria, perché continui almeno ad ESISTERE una vicenda umana!!
Per questo è fondamentale che restiamo assolutamente fedeli alla gigantesca pietra ambulante alla quale il destino dell’umanità e di ogni creatura è strettamente legato, che si chiama “terra”.