Apr 052015
 

vino

 

Almeno un giorno di resurrezione

Pasqua da sogno. Daresti la vita per ritrovarti una volta a tavola con tutti quelli che hai amato. I presenti, gli assenti, i lontani.
Un permesso pasquale, un giorno solo di resurrezione. E non importa che avreste poco  o nulla da dirvi e che restereste senza parole, sorpresi e stregati di ritrovarvi insieme, vivi. Non vi direste nulla perché vorreste dirvi troppo, presi dalla voglia di vedervi, di toccarvi.
Le sole presenze parlerebbero al vostro posto. Stupiti di esserci. A ciascuno non chiederesti nulla: ti basterà sapere che ci sono, semplicemente sono.
Inviteresti solo a riprendere il posto di sempre a tavola, anche tu mamma siediti per favore, non stare sempre in piedi. Tutti insieme, com’era nel pranzo pasquale.
Ti basterebbe guardarli e vedere che tra voi vi guardate e di ciascuno sentite la grazia del ritorno. A fianco,a mangiare lo stesso pane con le movenze di  sempre, i  passaggi di bottiglie e pietanze, il lento scrosciare di mescite, il mormorio di posate che toccano i piatti.
E labbra che si aprono a sorsi, masticazioni più lente, come a gustare il miracolo di stare insieme. Fuori il tempo cambia, prima il sole poi la pioggia,quindi un vento che batte sui vetri, venuto dal mare.
Ma dentro il  tempo non vi tocca, scivola fuori e non vi riguarda.
Per ciascuno di loro daresti la vita, figuriamoci per averli tutti insieme, seppure solo per un pranzo, rubato al tempo, sfuggito al passato.
Passeresti quell’ora come un estratto d’eternità. E te ne andresti sazio, nella pienezza dell’incontro.
Felice come una Pasqua.

Marcello Veneziani

 

Per coloro che amo. I presenti, gli assenti, i lontani.

Maco

Ago 282011
 


Che cosa ti sei fatto?
E’ la classica domanda a cui devi rispondere mille volte, quando il tuo corpo si porta addosso una ferita. La risposta viene fuori controvoglia perché la cicatrice dice un vissuto che si vorrebbe dimenticare: un vissuto doloroso.
Infatti l’altra domanda tipica è: “Mi rimarrà il segno?”.
Dopo aver visto l’ultimo film della saga di Harry Potter, pensavo alla ferita di Harry.
Mi colpisce la sua ambiguità: è una cicatrice che duole e porta in se stessa la commistione con il male che Harry ha tragicamente sperimentato quando era appena nato, ma è anche il segno di un atto d’amore che ha l’ultima parola sul male (“una magia più misteriosa e più antica” come la definisce Silente).

Quella di Harry è solo una favola, ma tutte le favole hanno a che vedere con la realtà, e di fatto mi è capitato di incontrare persone che si portano dentro quello stesso genere di cicatrici: i segni di un’esperienza negativa a cui però l’amore ha tolto l’ultima parola.
Senza quei segni, nemmeno l’amore avrebbe più voce.
Nella tradizione cristiana è chiarificante il racconto delle apparizioni di Gesù risorto ai suoi discepoli. Si dice:

“La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù (risorto), si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore”.

Vangelo di Giovanni (20,19-20)

Mi sono sempre chiesto perché in quella risurrezione i segni del male non sono stati eliminati…
Ho capito solo più tardi che la domanda era superficiale. Avrei dovuto immedesimarmi di più nell’apostolo Tommaso che chiede di metterci il dito in quelle piaghe; allora sì che avrei capito subito che per lui non si trattava semplicemente di confermare l’identità del risorto ma di riconoscere e credere nel prevalere dell’amore.
Per questo le ferite rimangono: senza di esse, paradossalmente, non si potrebbe più capire e credere all’amore.