Feb 222019
 

Sparare era il mio compito, e non lo rinnego. La donna era già morta, io stavo evitando che portasse con sé anche qualche marine. Era chiaro, infatti, che non solo voleva ucciderli, ma che non le importava nulla di chiunque si fosse trovato nei paraggi e che sarebbe saltato in aria con la granata o sarebbe rimasto ucciso nello scontro a fuoco. I bambini in strada, la gente nelle case, forse persino suo figlio… Era troppo accecata dal male per prenderli in considerazione. Voleva solo uccidere gli americani, a qualunque costo.

I miei colpi salvarono diversi soldati, le cui vite valevano chiaramente di più dell’anima perversa di quella donna. Posso stare davanti a Dio con la coscienza pulita di colui che ha assolto al proprio compito. Tuttavia odiai con tutto me stesso il male che possedeva quella donna. E lo odio ancora.

Il male, il male selvaggio e spregevole. Ecco il nostro nemico in Iraq. Ecco perché molte persone, io per primo, chiamavamo il nemico “selvaggi”: non c’era altro modo di descrivere ciò che incontravamo laggiù.

La gente mi chiede continuamente “Quante persone hai ucciso?”, e io do a tutti la stessa risposta: “la cifra precisa mi rende più uomo, o meno?” Per me, il numero non è importante. Mi piacerebbe solo averne uccisi di più, e non per potermene vantare, ma perché credo che il mondo sia un posto migliore senza selvaggi che spengono vite americane. Tutti quelli che ho ucciso in Iraq erano individui che tentavano di fare del male agli americani o agli iracheni fedeli al nuovo governo.

In quanto SEAL, avevo un compito: uccidere il nemico, un nemico che giorno dopo giorno tramava per uccidere i miei connazionali. Mi tormenta il pensiero dei successi del nemico; sono stati pochi, ma la perdita anche di una sola vita americana è già troppo.


Chris Kyle – American Sniper

Ho letto letto, qualche tempo fa, American sniper. Autobiografia del cecchino più letale della storia americana di Chris Kyle e ancora oggi le sensazioni che ho sono sfocate. E’ come se non riuscissi bene a definire, a giudicare con equilibrio il racconto fatto da quel reduce. Credo che molto dipenda anche dall’incrocio costante che lui mette sulla carta fra la sua vita privata, la sua famiglia, sua moglie, i figli e le sue esperienze di guerra. Però una cosa me la ricordo bene: la sua profonda convizione di agire per il meglio, di essere nel giusto, di fare ciò che doveva essere fatto.

Poi mi sono imbattuto in Vincent Emanuele, veterano dei marines, anche lui di stanza quando lo era  Chris Kyle. Ed ecco emergere un ricordo diverso di quella che è stata pur sempre una guerra. Non si può non provare simpatia e ammirazione per l’orgoglio di Chris, e commozione per la sua morte. Ma Vincent ci pone davanti delle riflessioni ineludibili. Semplici e lineari, esposte con pacatezza e condivise da tanti altri veterani come lui. Per noi la guerra in Iraq, le sue conseguenze, le migliaia di morti, sono già lontanissime, nel tempo e anche nello spazio. Come anche la guerra in Serbia, in Afghanistan, in Libia. Per chi in quei paesi ci vive, il ricordo sarà indelebile.

A me piacerebbe riuscire a sensibilizzare le persone: far capire agli occidentali che le forze armate statunitensi, le forze NATO, le occupazioni occidentali, sono motivo di insicurezza e di instabilità. Invece, molti occidentali danno per scontato che le occupazioni occidentali (quelle della NATO in particolare) o i cosiddetti interventi umanitari, che gli eserciti insomma possano contribuire alla stabilità e alla sicurezza. Dobbiamo cambiare questa percezione. Bisogna contestare questo concetto e farlo capire agli occidentali. Perché la gente in Medio Oriente lo ha già capito. […]

Sorprendentemente, l’abilità di disumanizzare il popolo iracheno riusciva anche a crescere dopo che gli spari erano finiti, perché molti marines passavano il tempo libero a scattare foto dei morti, spesso mutilando i loro corpi per gioco o colpendo i loro corpi rigonfi con i manganelli per qualche risata a buon mercato. E siccome gli iPhone non c’erano, a quel tempo, molti marines vennero in Iraq con macchinette digitali. Quelle macchine fotografiche contengono una storia mai raccontata della guerra in Iraq, una storia che l’occidente spera che il mondo possa dimenticare. Quella storia e quelle macchine fotografiche contengono anche video di massacri gratuiti e di numerosi altri crimini, realtà che gli iracheni non possono dimenticare.

Sfortunatamente, posso rammentare infiniti episodi di puro orrore, relativi alla mia permanenza in Iraq. Persone innocenti non soltanto venivano quotidianamente radunate, torturate e imprigionate, ma venivano anche incenerite a centinaia di migliaia. Qualche studio suggerisce persino a milioni. Solo gli iracheni possono capire il male puro che è stato riversato sulla loro nazione. Ricordano il ruolo dell’occidente negli otto anni di guerra tra l’Iraq e l’Iran.

Gli occhi caldi e trasparenti dei giovani bimbi iracheni mi danno la caccia di continuo, come è giusto che sia. Le facce di quelli che ho ucciso, o almeno di quelli di cui ho potuto esaminare da vicino il corpo, non usciranno mai dai miei pensieri. I miei incubi e le riflessioni quotidiane mi ricordano da dove venga l’ISIS e perché, esattamente, ci odiano. Quell’odio, comprensibile e spiacevole, sarà diretto verso l’occidente per anni e decenni a venire. Come potrebbe essere altrimenti?

Di nuovo, la scala di distruzione che l’occidente ha inflitto al Medio Oriente è assolutamente inimmaginabile per la grande maggioranza delle persone che vivono nel mondo sviluppato. Questo punto non può mai essere enfatizzato troppo, perché gli occidentali, ingenuamente, continuano a chiedere: “Perché ci odiano?”.

Vincent Emanuele – Interviste

Beh, qualche risposta possiamo darcela, senza paura di sbagliare.
In queste settimane il ministro Trenta sta valutando il ritiro del contingente italiano in Afghanistan: meno male, era ora.

Maco

Feb 052019
 

Hold Thou Thy cross before my closing eyes;
Shine through the gloom and point me to the skies.
Heaven’s morning breaks, and earth’s vain shadows flee;
In life, in death, O Lord, abide with me.

Tieni la Tua croce davanti ai miei occhi che si chiudono;
Splendi nell’oscurità e indirizzami verso i cieli.
Irrompe la mattina del cielo, e fuggono le vane ombre della terra;
In vita, in morte, O Signore, resta con me.

Abide with me

Giorni di scrutini. Classe dopo classe, alunno dopo alunno. È un susseguirsi continuo di voti, numeri, giudizi e tabelle .

Prima di questa fatidica settimana ho fatto vedere a tutte le classi la vignetta di Makkox dove l’autore ritrae un ragazzo seduto sul fondo del mare attorniato da alcuni pesci che si complimentano con lui per l’ottima pagella.

Ho chiesto loro di descrivermi la vignetta e poi ho raccontato il dramma che stava dietro l’immagine: la pagella è stata ritrovata dalla dottoressa Cattaneo, mentre analizzava il cadavere di questo ragazzo di 14 anni, morto naufrago nel Mediterraneo

Proveniva dal Mali, e nella tasca della giacca, all’interno, aveva cucito questo foglio di carta. Era la cosa più preziosa, il bene da salvaguardare dai ladri e dai trafficanti.

Per quel loro coetaneo il passaporto per un paese nuovo era quel pezzo di carta, testimone della sua buona volontà e del suo impegno. Per questi nostri ragazzi e per i nostri figli la pagella non è quel bene così prezioso, ed è normale. È una foto, che cristallizza nel bene o nel male il loro impegno e il loro rendimento.

Però quel pezzo di carta non dirà mai tutto di loro, non dirà la loro capacità di empatia, l’amore di cui sono capaci, i sorprendenti slanci creativi che hanno nelle relazioni e il milione di altre cose che nulla hanno a che vedere con la scuola.

Quel milione di cose che non sapremo mai di questo ragazzo loro coetaneo, capace di lasciare tutto e sfidare la morte, perdendo.

Maco

Gen 112019
 

Sometimes
I can’t believe my existence
See myself on a distance
I can’t get back inside
Sometimes
The air is so anxious
All my tasks are so thankless
And all of my innocence has died

A volte
Non posso credere alla mia esistenza
Mi vedo da lontano
Non posso tornare indietro
A volte
L’aria è così piena d’ansia
Tutti i miei compiti sono così ingrati
E tutta la mia innocenza è morta

U2 – The little things that give you away

Ci sono libri che li inizio e… subito mi viene da piangere. Per la loro bellezza. Per gli echi che vi risuonano dentro. Apro questo libro di Winslow e risento la musica dei suoi libri precedenti. Mi coinvolge e mi trascina come un tumultuoso torrente di montagna. È un vecchio compagno e mi lascio condurre con fiducia. Mi viene da piangere, perchè iniziato dovrà finire. Ma va beh, finiamolo allora.

Ed ecco una bellissima storia di maledetti. Di gente sporca moralmente. Uomini (e donne) corrotti nell’anima, dai soldi, dagli istinti, dal potere. Il protagonista Denny cercherà in ultimo di riscattarsi. Ma non è Walt Kowalski di Gran Torino. Walt si sacrifica da uomo integro per dare una speranza di vita attraverso la propria morte; padre biologico disgustato dai propri figli diventerà un padre pronto a morire per Tuan, il ragazzo di etnia hmong che tanto disprezzava. Invece Denny muore per sé, cercando di mettere una pezza ad un tessuto troppo sfilacciato perchè l’opera funzioni.

“Vaffanculo. In senso individuale e collettivo, vaffanculo”. Eh sì Denny . Eri un re, coi piedi d’argilla. Un piccolo re che amministrava una giustizia sporca. Avevi iniziato credendoci, nella giustizia. Ma poi, passo dopo passo, l’hai pervertita.

Il nostro inizio non può conoscere la nostra fine, la nostra purezza non può immaginare la propria corruzione. Tutto ciò che Denny sapeva, all’epoca, era che amava la polizia, in quei primi anni in cui batteva le strade in divisa e la gente lo guardava, gli innocenti si sentivano protetti perchè lui era lì, mentre per lo stesso motivo i colpevoli si sentivano a disagio. […] Non avrebbe mai immaginato, allora, che quelle strade lo avrebbero consumato, che il lavoro lo avrebbe consumato, che il dolore e la rabbia, i cadaveri, il crepacuore, la sofferenza, la stupidità, il cinismo gli avrebbero smussato l’anima invece di affilarla, come una pietra sfregata su una lama nel verso sbagliato. Tacche e crepe invisibili che un giorno avrebbero spezzato l’acciaio, facendogli capire che cosa aveva ucciso suo padre.

Sei morto solo, abbandonato da tutti quelli che tu, per primo, avevi abbandonato e tradito.

Maco

Nov 202018
 

Guai a voi, che aggiungete casa a casa
e unite campo a campo,
finché non vi sia più spazio,
e così restate soli ad abitare
nel paese.

Isaia 5

 

Mi è ricapitato fra le mani il famoso discorso di Bob Kennedy sul Pil, quello in cui diceva:

Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Robert Kennedy marzo 1968

 

Ok. È come sparare sulla Croce Rossa.
Penso allo spread e tutti gli strilli che lo accompagnano ad ogni sua puntualissima apparizione. Siamo incatenati a un riflesso pavloviano economico. Niente di nuovo: da sempre i soldi guidano la politica, che oggi tra l’altro si ritrova sempre più serva e in affanno di fronte ad orizzonti economici che la prevaricano e la schiacciano al ruolo di contabile. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale da sempre usano il credito come bastone per influenzare più o meno velatamente alcune politiche dei paesi indebitati.

Ok. Continuiamo il massacro: questa Ue così poco amata dagli italiani, non è forse un misero spettacolo che richiama alla memoria certe riunioni condominiali? E non è forse un continuo tira e molla sui fondi, sui finanziamenti, sui debiti, sui crediti e via dicendo?
Parlate con qualcuno della Unione Europea e vedrete che a ben pochi verrà in mente di associarla alla bellezza di una poesia, alla solidità dei valori (quali?) legati alla famiglia o alla qualità dell’educazione. Lasciamo stare.

Ci siamo talmente focalizzati sulla ricchezza che oramai non produciamo più per consumare ma consumiamo per produrre, in un meccanismo impazzito dove chi è padrone del vapore non saprebbe più, né potrebbe, fermarlo. È “un Modello di sviluppo atroce, sfuggito dal controllo anche di chi pretende di governarlo, ci sta schiacciando tutti, uomini e donne di ogni mondo” sostiene M. Fini, e su questo non possiamo che dichiararci d’accordo con lui.

Rimangono aperte due domande: cosa rende una vita degna di essere vissuta? Possiamo essere orgogliosi d’essere italiani?

Maco