Giu 162017
 

 

La lunga fila di navi taglia le onde. Sulle prore sono dipinti grandi occhi: servono per trovare la rotta. Le navi hanno un volto, come gli esseri umani. «Navi dalle guance di minio», dicono infatti gli aedi. Le navi di Agamennone attraversano il mare verso la patria, e sulla cresta delle onde duecento occhi spalancati scrutano l’orizzonte, le prue si alzano verso il cielo e di nuovo si abbassano, scompaiono nella schiuma, riappaiono. La flotta sembra un banco di enormi delfini che guizza sul mare.

Alcuni dicono che esistono navi capaci di trovare la via senza bisogno di timonieri né remi: come le navi dei misteriosi Feaci, che viaggiano da sole portate dal vento. Invece la flotta degli Achei ha bisogno di piloti esperti che riconoscano i segni delle brezze, il movimento delle nubi nel cielo, gli indizi delle tempeste e delle bonacce, le rocce bianche e rosse che disseminano le strade del mare e stanno come alberi di sasso piantati in mezzo alla distesa dell’acqua, punti di riferimento chiari nel sole: per questo molti scogli furono chiamati leukàs, «roccia bianca», e i piloti li conoscono uno per uno. Di notte, i nocchieri osservano le stelle, le Pleiadi e l’Orsa, e il ruotare silenzioso del cielo. Il piccolo carro indica il Nord, da dove scende il vento teso dell’Egeo, e bisogna tenerlo ben fisso. Se il tempo muta e le onde si alzano, i piloti conoscono le rade e i porti in cui è meglio ripararsi e cedere al sonno. Oppure ascoltare i racconti degli aedi, che attraversano il mare insieme ai guerrieri e ai mercanti, di costa in costa, si confondono con loro nel ventre dei porti, e dappertutto raccontano i nomi degli eroi e le battaglie: il luogo in cui uno cadde e l’altro tornò alle tende con le armi del nemico.

Una nave taglia le onde, ma subito l’acqua si richiude e la sua scia è cancellata. Anche molti uomini non lasciano segni dopo il loro passaggio. Invece un eroe è al servizio della sua memoria: sa fin dal principio che il suo destino è lasciare un ricordo dietro di sé, in modo che chi non è ancora nato conosca un giorno le sue imprese, e i figli le raccontino con orgoglio. Il solco della sua vita non deve sparire come quello delle navi. A che serve, altrimenti, vivere senza che nessuno più sappia che si è passati nel mondo? Questo è l’onore che ogni eroe difende. Muoiono ugualmente il codardo e il valente, ma solo al secondo è riservata la fama, mentre gli altri vengono inghiottiti dal nulla. Muore una volta sola il valoroso – si dice – e mille volte il codardo. Nessuno piangerà per lui, nessuno ricorderà il suo nome e questo fa davvero paura: tornare nel nulla dopo una brevissima vita luminosa senza essere ricordati è come non essere mai nati; il buio del tempo infinito prima di te ti ha generato, il buio di un altro tempo infinito ti attende. Ne sarai risucchiato, per diventare forse uno degli infiniti spettri che svolazzano nell’Ade pallidi e muti.

I soldati di Agamennone riposano stringendosi al petto le ginocchia, accovacciati sul ponte, con la pelle rigata dalle cicatrici mentre il vento agita i loro capelli. Tornano a casa, ciascuno ha una storia da raccontare, la sua storia. Poco o tanto, ognuno di loro ha lasciato una traccia, ha raggiunto la sua parte di fama. È ciò che viene detto gloria, kléos, ed è per ottenerla che un uomo coraggioso lotta con tutte le forze, come se ogni sua azione fosse l’ultima.

Non tutti raggiungono la gloria. La maggioranza degli uomini è come la spuma che torna a sfarsi in onda. Quando un giovane parte per la guerra, il padre gli consegna le armi e gli raccomanda di essere il primo, di non cedere mai davanti a nessuno, per non disonorare la stirpe degli avi. Nessuno è figlio di se stesso, perché il sangue generoso passa da una generazione all’altra. «Che tu sia più glorioso di me», raccomanda un padre al proprio figlio. La gloria passa nelle vene e si trasmette ai discendenti insieme alle ricchezze e alle terre, e la memoria di un nome famoso è l’eredità più bella che un padre possa lasciare. Alcuni conquistano fama in battaglia, altri perché sono saldi di mente, o scaltri, o primi nelle gare atletiche. Altri ancora, come Ulisse, perché sanno parlare bene in assemblea e le parole escono dalla loro bocca fitte come fiocchi di neve avvolgendo gli ascoltatori, piegandoli alla propria volontà.

G. Guidorizzi – Io, Agamennone

Bello questo libro del Prof. Guidorizzi. Vale il tempo dedicatogli. Un brivido su quella frase:  “il buio del tempo infinito prima di te ti ha generato, il buio di un altro tempo infinito ti attende.” Eppure per secoli e per milioni di uomini la morte fu sempre e solo questo. Scusate, è ancora e solo questo.

Ed è proprio dal buio di questo passato che emerge  Achille. Ma lo vedremo meglio, nel prossimo post.

Maco

Apr 272017
 

 

Ora Boone guarda lo stesso tratto di mare e ricorda quel giorno. Ricorda anche una cosa che gli disse Kelly un sabato pomeriggio. Boone lo aveva aiutato a evitare che un gruppo di ragazzini di città affogasse mentre faceva body-boarding a La Jolla Shores, e alla fine, esausto, aveva chiesto a Kelly perchè si dava quella pena.

Con la sua tipica voce morbida, Kelly aveva risposto: “Tu ed io siamo stati fortunati. Molto presto, nella vita, abbiamo trovato una cosa che amavamo, che rendeva la nostra vita degna di essere vissuta. La mia idea è che se pensi che la tua vita sia degna di essere vissuta, dai valore anche alle vite degli altri. Non tutti hanno la nostra fortuna, Boone”.

Don Winslow- L’ora dei gentiluomini

 

Come al solito è un bel libro, con una scrittura pulita, semplice e coinvolgente. E come in ogni suo libro, c’è una violenza sotterranea che scorre in ogni capitolo.  Parlando di surf e spiagge Winslow dipinge la figura di un uomo integro, che a contatto col male non rinuncia ad essere fedele alla sua coscienza, anche se questo significa affrontare dei pericoli. Potrebbe far finta di niente e tutto scorrerebbe tranquillo, i cattivi perdono e i buoni vincono, i morti sono vendicati e la gente se ne va soddisfatta. Invece accetta di cercare la verità e sporcarsi con un mondo che non gli appartiene. E, e questa è la cosa più importante, è disposto a mettere in discussione le sue amicizie più profonde pur di non perdere la propria coscienza.

Alla fine, quando nulla sarà indolore:

Ci vorranno delle buone surfate, giornate insieme sulla spiaggia, notti passate a raccontarsi storie. Forse sarà necessario guardarci dentro con occhi nuovi. Come gli aveva scritto Sunny nella sua e-mail.

Ciao B,                                                                                                                                                   ho sentito delle tue ultime follie. Wow e doppio wow. Sembra che la Pattuglia dell’Alba sia passata dalla centrifuga. Ma sai com’è: se ce la fai a uscire dall’altra parte, il mondo sembra diverso. Nuovo, in un certo senso. Ricordo cosa diceva Kelly: “la tua finestra serve a specchiarti, oltre che ad affacciarti”. Tu e i tuoi amici ora avete una bella finestra, B. Divertitevi, mi raccomando. E prendetevi cura l’uno dell’altro.    

   Mucho love,                                                                                                                                                                  Sunny

Eh sì, come diceva il buon Shakespeare:

Quegli amici che hai e la cui amicizia hai messo alla prova, aggrappali alla tua anima con uncini d’acciaio.

Maco

Mar 142017
 

But I was late for this, late for that,
late for the love of my life
And when I die alone, when I die alone,
when I die I’ll be on time

(Ma sono arrivata tardi per questo, tardi per quello,
tardi per l’amore della mia vita

E quando morirò da sola, quando morirò da sola,
quando morirò sarò puntuale)

The Lumineers – Cleopatra

 

Non meno importante della benedizione divina, però, è ciò che avviene in seguito: «E lo spirito del Signore cominciò a vibrare in lui nel campo di Dan, fra Zorah ed Eshtaol».
Cos’è esattamente questo «spirito del Signore»? Un senso del proprio destino, della propria missione, o un fremito di intima ispirazione? Il verbo ebraico lefaem, «battere, palpitare», evoca chiaramente le pulsazioni del cuore che aumentano di intensità nei momenti di grande emozione. E questo suono, ripetuto e inquieto, sembrerà scaturire dal corpo di Sansone e dalla sua anima in ogni momento della sua vita. […]
Una lettura testuale del brano biblico rivela però che a risvegliare quel «palpito» non era un senso di ispirazione o di missione ma qualcosa di molto diverso e sorprendente. Cosa fa infatti Sansone nel momento in cui lo spirito divino vibra in lui? Raccoglie un esercito per salvare il suo popolo dai filistei? Cerca sostegni politici all’interno della tribù? Si reca a chiedere la benedizione e l’appoggio del grande sacerdote? No e poi no: Sansone si risveglia all’amore. «Sansone scese a Timnata e vide una donna, figlia di filistei.»
Il giovane torna a casa, a Zorah, da suo padre e sua madre: «Ho visto a Timnata una donna filistea. Or dunque, prendetemela per moglie», dice. E nonostante non pronunci la parola «amore», quella frase lascia trapelare la fermezza e la forza dei sentimenti che gli si agitano dentro.

David Grossman – Il miele del leone

 

Il libro di Grossman è una piccola sorpresa ogni volta che lo rileggo. Sansone riprende vita e si scrolla di dosso l’aura da fiaba per bambini che sempre fa capolino dentro di me quando lo penso.Uomo inquieto, in cui però lo Spirito di Dio è così presente da essere percepito come qualcosa di fisico.Un uomo solo, alla continua ricerca di qualcuno da amare e da cui essere ricambiato, ma comunque condannato dal tradimento di chi gli sta vicino.

Come non amarlo?

 Maco

Mar 042017
 

 

Svegliati, tu che dormi, […] e il Cristo ti illuminerà
Efesini 5,14

“L’inferno, l’inferno vero, è la nostra unica speranza. Togliamolo di mezzo e diventeremo una terra desolata del tutto, non solo in parte. Il peccato è una gran cosa fintanto che lo si riconosce. Conduce a Dio un buon numero di persone che altrimenti non lo raggiungerebbero. Ma se si smette di riconoscerlo (il peccato) o se lo si toglie al diavolo in quanto diavolo e lo si dà al diavolo in quanto psicologo, si toglie allora anche Dio. Se non c’è peccato in questo mondo non c’è Dio in cielo. Niente cielo. A alcuni andrebbe anche bene così.”

Flannery O’Connor – Diario di preghiera

 

A volte sbagliamo e ci ritroviamo confusi, lontani da quello che dovrebbe essere il sentiero giusto. Basta poco, un piccolo slittamento, una svista, un bivio errato, un indicazione sbagliata.

Sul Cammino di Santiago ho imparato una semplice verità. Mi ero perso, era mattino presto, col buio, solo, ho preso un sentiero sbagliato. Se avessi continuato probabilmente starei ancora girando nelle valli della Galizia in cerca di funghi per sopravvivere.

Allora ho fatto l’unica cosa sensata, anche se ho dovuto mortificare il mio orgoglio (una volta di più), riconoscere l’errore commesso e accettare di avere sprecato energie preziose. Mi sono fermato, ho girato i tacchi e me ne sono tornato indietro, fino al sentiero principale. Da lì ho ripreso il cammino giusto verso il Botafumeiro.

Mi ricordo ancora il pensiero che mi sfiorò allora: è lo stesso nel mio rapporto con Dio. Succede che per inerzia, disattenzione, per pigrizia o per i miei peccati, mi allontani da Dio. C’è allora solo una cosa che posso fare: svegliarmi, riconoscere di essere fuori strada e ricominciare da dove ho sbagliato, confessandomi.

Riconoscere l’ errore, confessarlo e ricominciare, giorno dopo giorno, ad edificare la mia anima.

Maco