Quanto costa l’amore è scritto sulle canzoni!
Ed è un prezzo che non cambia mai.
Infatti all’estremo limite del vero c’è: che l’amore con l’amore si paga. In altre parole, considerando che l’amore non ha prezzo, lo pagherò offrendo tutto l’amore che ho! Non c’è altro da dire.

Adesso abito a due passi dal Corso Buenos Aires, il viale con la massima concentrazione di negozi al mondo: mille vetrine disseminate in un chilometro e seicento metri di lunghezza.
Praticamente una tappezzeria. Con la sola differenza che le tappezzerie fanno risaltare quel che c’è davanti, mentre le vetrine accendono i riflettori su quel che c’è dietro. Sono fatte per farsi guardare insomma… e se vuoi presentare al meglio la merce in vendita, devi mettercela lì nel modo migliore possibile! Così la gente prima guarda, poi compra.
Pensavo ad un racconto del Vangelo sul quale mi sono soffermato poco tempo fa.
Si parla di due persone molto diverse tra loro che vanno nello stesso posto: il tempio. Lì uno si mette in fondo, senza aver quasi il coraggio di alzare la testa, e non smette di chiedere perdono a Dio per chissà quanti errori commessi. L’altro è un praticante, talmente ligio ai suoi doveri che non smette di ringraziare Dio per quanto è bravo! Che sia davvero bravo non c’è dubbio: digiuna il doppio del dovuto, paga il doppio delle tasse. Insomma: è un mostro!
Ringrazia Dio perché lui non è come gli altri, perché è al top della categoria e soprattutto perché è meglio di quello là che sta proprio vicino a lui (il prossimo) qualche “panca” più in fondo.
Secondo Gesù colui che è uscito dal tempio “giustificato” e cioè “approvato” da Dio non è il praticante perfetto ma l’altro, quello che se ne stava in fondo a chiedere perdono.
Pensavo al perché di questa sentenza di Gesù. La ragione profonda – mi son detto – non può essere semplicemente la condanna di chi si sente migliore degli altri; mi sembra troppo poco. Mi sembra già una conseguenza ma non la radice del problema.
E’ lì che ho pensato alle vetrine di Baires.
Pensavo al pubblico che hanno; alle migliaia di persone che ci passano ogni giorno. E’ un pubblico di tutto rispetto che giustifica una vetrina ben allestita e ben pensata. E’ un pubblico di tutto rispetto ma si potrebbe fare di meglio: per esempio comprando uno spazio televisivo e pubblicizzando un prodotto non più a diecimila ma a un milione di persone! Costa, ma si può fare!
Più di così si può? Più in grande di così si arriva? Beh per chi ci crede un pubblico più importante dei telespettatori in prima serata in effetti c’è. Ad essere precisi si tratta di un pezzo grosso più che di un pubblico, ma è un pezzo talmente grosso che se la vetrina la vede lui, il resto dei passanti può anche passare inosservato.
Per chi ci crede c’è uno spettatore assolutamente eccezionale davanti alla vetrina del proprio ego, e lo spettatore si chiama Dio.
Che cosa sei disposto a pagare per trasformare la tua vita in una vetrina splendente e vendere te stesso a Dio?
C’è chi è disposto a pagare tutto, proprio come il praticante perfetto della storiella di Gesù. Le sue opere da fuoriclasse in fondo hanno un’unica finalità: farsi comprare da Dio. Ma il commercio di se stessi ha un solo nome: prostituzione… e la vetrina allestita apposta, per dire a Dio: “Comprami! Sceglimi! Prefererisci me!” non interessa a Dio, perché Dio non ti compra, Dio ti ama.
Dunque secondo Gesù, il bene, per essere un bene, non si compie se non per amore. Le altre motivazioni presuppongono un’idea perversa di Dio e non rendono giusto nessuno perché il meccanismo che le muove è radicalmente malato.
E’ paradossale che anche il bene possa essere una tentazione vero? Se ci penso tuttavia non lo è poi così tanto, considerando che la cosa più difficile per l’uomo non è credere semplicemente in Dio o nella sua esistenza, ma credere che questo Dio ci ama anche se noi non ce lo meritiamo.
Ieri sono stato al Binario 21, stazione Centrale di Milano.
Ancora una volta, è stata commemorata la data del 30 Gennaio 1944, giorno a partire dal quale, a Milano, cominciarono i trasporti degli Ebrei verso i campi di sterminio nazisti, nella seconda guerra mondiale.
Era la prima volta che ci andavo e comunque è il primo anno che abito qui, a un chilometro esatto di distanza da quel luogo.
Così vicino… così dannatamente vicino.
Impensabile non andarci.
Insieme alla splendida consueta testimonianza di Liliana Segre e l’appello fortissimo di don Barbareschi, mi hanno impressionato le parole del rabbino emerito di Milano Giuseppe Laras. Citava un Midrash su Esodo 14: (il Midrash è il commento ebraico alla Torah).
Si dice che il faraone prepara il suo carro per inseguire gli Israeliti che stanno fuggendo dall’Egitto. Nel commento, ci si chiede come sia possibile che proprio il faraone debba preoccuparsi di preparare il suo carro! Ma come? Non può il faraone, con tutta la sua grandezza, farsi preparare il carro dagli innumerevoli sudditi che ha?
Perchè lo prepara lui stesso? Tocca a lui attaccare i cavalli? Non ha – che so – uno stalliere? Non uno schiavo? Il Midrash risponde così: tocca a lui, perché l’odio sovverte l’ordine naturale delle cose.
Sono rimasto su queste parole. Le ho fatte rieccheggiare dentro di me nel minuto di silenzio a cui hanno partecipato perfettamente centinaia di presenti per lo più giovani.
Di fianco a me i carri del faraone, immobili finalmente, inchiodati a quelle rotaie che non portano più da nessuna parte.
Ma è cosa semplice prepararne di nuovi, altrove, altrimenti, ma pur sempre carri del faraone, pronti a scagliarsi ovunque li porti l’odio… senza un perché, senza una ragione.
Dobbiamo sapere che cosa succede alla realtà quando si odia. Dobbiamo renderci conto che quel che l’odio ci fa vedere non esiste, che sono castelli. Castelli disordinati di menzogne.
Abbiamo messo un fiore vicino a quei vagoni ed è bello che tanti giovani decidano di voler vivere l’ordine naturale delle cose. E’ bello! E’ cosmico direi!

31 Dicembre.
Ci auguriamo ogni bene come se tutto dovesse piovere dall’alto.
Ma la maggior parte del bene che auguriamo agli altri dipende in realtà da noi.
E’ una disarmante e splendida verità che riposa sul volto dei bambini; durante le feste di questi momenti di passaggio li vediamo giocare tra loro fino a crollare. Coi loro volti dicono sempre la stessa cosa: “Ho bisogno di te. Non ne so niente di come gira il mondo e di come girerà questa nuova annata, ma so che ci sei tu e questo mi basta”. Ripensandoci, mi rendo conto che tutto quel che io sono, altro non è se non quel che ho promesso e tutto ciò che ho, altro non è che la promessa che altri hanno fatto a me. Da questa fedeltà dipende ogni bene: promettiamo, dunque siamo.
Che le nostre promesse continuino ad essere!
Buon anno a tutti.

